Quattro chiacchiere

Salve a tutti e bentornati sul mio piccolo spazio. Oggi faremo quattro chiacchiere con Giordano Alfonso Ricci.

Spero tu sia cosciente di quello che stai per fare. Non ti aspettare una chiacchierata salottiera. Ho appena finito di vangare il mio orto e ti dovrai accontentare della mia informalità.

D. Da sempre sei attivo nella divulgazione culturale di ogni genere?

Ho divulgato la cultura, sì… tipo quando distribuivo i giornali davanti alla fermata della metro per svoltare il sabato sera ai tempi in cui ero studente universitario a Roma. Poi ho cambiato mestiere.

Adesso in un certo senso divulgo ancora, ma lo faccio per le cose che ho imparato nella vita e dalla vita, tipo come si costruiscono e si progettano edifici, ma anche come si potano gli olivi e come si salva un albero di limoni dopo una gelata. Poi io nel mondo di quelli che scrivono libri ci sto da imbucato, tipo quelli che si presentano ad una festa, parlano con tutti e alla fine chiedi al tuo amico: “aho…ma te a quello lo conosci?”

È che non mi prendo sul serio e faccio fatica a sentirmi un divulgatore culturale per il semplice fatto che ogni tanto ho qualcosa da dire e scrivo.

D. Il tuo approccio con la lettura o forma d’arte che ti ha reso parte di questo mondo?

Ti racconto un aneddoto. Una volta avevo una fidanzata che abitava in una città diversa da quella dove studiavo e che vedevo più o meno solo nei fine settimana. Iniziai a frequentare casa dei suoi e la madre di lei era peggio di un cane da presa. Non ci lasciava soli neanche un minuto o due.

Suo padre invece era diverso. Aveva una libreria pazzesca ed era uomo di mondo. Più o meno sapeva come vanno le cose e qualche scusa per farmi stare da solo con la mia fidanzata se l’inventava. Capiva certe esigenze e faceva in modo di lasciarci da soli in questa stanza favolosa dove erano custoditi migliaia di libri che catalogava per argomento.

Io non sapevo se ero più scombussolato dagli ormoni fermentati che ribollivano come fagioli nella pignatta o da quella marea sconfinata di libri. Andò a finire che la mia ragazza mi sostituì dopo qualche mese con uno che al massimo in vita sua aveva letto la poesia di Natale ma giusto per prendere i soldi della paghetta del nonno.

Persi le gambe e le tette più sconvolgenti del mondo per colpa di quella libreria maledetta.

Dunque direi che a qualcosa per la lettura ho rinunciato, anche se sarebbe più corretto dire che per colpa della lettura qualcosa ha rinunciato a me.

Poi con gli anni ho imparato che c’è un tempo per tutto e ho dato più fiducia e libertà ai miei ormoni di quanto non facessi all’epoca a cui risale la famosa libreria del padre della mia ex fidanzata.

D. Parlaci della tua vena noir…

E chi ce l’ha la vena noir? Io ho il sistema circolatorio più ordinario del mondo. Le mie vene pompano sangue rosso che conosce le mille evoluzioni della vita e le racconta. Quando scrivo metto in fila le cose che conosco e ci ricamo le mie considerazioni. Poi ognuno di noi ha giornate noir. Tipo quando ti bussa alla porta il messo di Equitalia, oppure quando sei in autostrada e becchi l’incidente che ti inchioda sei ore in fila o anche quando hai messo in conto una vacanza e ti chiama il direttore della banca per dire che la tua carta di credito è bloccata.

Se uno ha voglia di scrivere cose cupe, basta che racconti le cose vere. Quelle che piacciono a me. Tipo parlare di come le evoluzioni di questo circo che è la vita, spesso superano di gran lunga ogni umana fantasia.

No… decisamente non ho niente di noir a parte le mutande e le camicie che metto quando vado al pub a bere una birra.

D. Parlaci delle tue esperienze lavorative nell’ambito editoriale.

Se solo lo considerassi un lavoro. In realtà io nella vita faccio l’ingegnere e trovo anche il tempo per non uccidere del tutto il contadino che è in me, arando con il mio trattore l’oliveto e zappando l’orto. Quello che rimane lo dedico anche a scrivere le cose che mi frullano nella testa.

Se ho argomenti e discorsi sensati da trasmettere, li intrappolo nella carta per non dimenticarli del tutto. Se non lo faccio in quel momento, potrei perdermi in altre cose, tipo accettare l’invito della mora che ho conosciuto al pub o starmene tutta una notte a vedere partorire una delle mie asinelle o una delle mie cavalle.

Poi se vuoi sapere delle cose che ho scritto, devo parlarti anche di come tutto iniziò. Infatti il primo libro lo scrissi per gioco perché in quel momento mi interessava una personale voce di protesta contro il conformismo perbenista di cui ero circondato. Costruii un personaggio apparentemente discutibile nei modi e nel modo di pensare ma in fondo molto comune e lo diedi in pasto ad una donna cinica e prepotente. Mica ‘na storia d’amore… tutt’altro! Ci infilai dentro tutta l’enciclopedia del pregiudizio e mi divertii a seminare il libro di trappole per il lettore. Alla fine lo lanciai in self senza neanche avere l’idea di che cosa stessi facendo.

Titolo: “La Gabbia di seta”.

In realtà non pensavo alle vendite. Quello che volevo era dare due zampate al culo del perbenismo. Invece tempo qualche mese e quel libro sfonda tutto quello che doveva sfondare e va pure oltre. Un delirio!

Quello è stato l’inizio. Poi è arrivato un secondo libro e le prime proposte di case editrici. Queste ultime le ho infiocchettate e accantonate nella cantina della mia testa, tanto non mi interessava più scrivere niente. Ma siccome nella vita mi sono rimangiato tutti i buoni propositi, pure questo è andato a farsi benedire.

Una mattina mi sveglio e dico: “sai che c’è… ‘mo scrivo na storia che devo di du cose due che c’ho sulla punta della lingua”. E da “du cose” è venuto fuori un libro di quasi 500 pagine.

Lo faccio leggere alle mie amiche di “svacco libero” e ad Alessandra Micheli e queste mi dicono:“ma sei pazzo a tenere sta storia nel cassetto degli attrezzi?”. Alessandra mi sequestra il libro e dopo un paio di settimane mi chiama Giulia Previtali che aveva appena aperto una C.E. Con un nome curioso Sága Edizioni e mi propone un contratto. Io vado su internet a vedè chi è sta pazza e noto che è una ragazza giovane che ha la stessa età della protagonista del mio libro e forse la stessa incoscienza che avevo io alla sua età e mi dico: “se devo pubblicare sto libro lo faccio con questa”. Il resto ormai è attualità Il 23 aprile 2020 uscirà “Come le ali del pettirosso” e sarà il primo libro di questa C.E. che se il mio istinto non mi ha abbandonato, presto sarà una realtà del panorama editoriale italiano.

D. La tua passione è nata per divertimento o per esigenza emotiva? (puoi essere anche vaga, se ritieni troppo personale)

Un po’ ti ho risposto, ma io non sono per niente appassionato di scrittura, tranne che per quella degli altri. Scrivo quando le parole non mi bastano più.

D. La copertina/locandina e il titolo influenzano molto i tuoi acquisti? Oppure basta solo la trama?

Ma tutta sta mania delle copertine non la capisco proprio. Ma che me frega della copertina se quello che mi interessa è il libro? Secondo te chi legge “Guerra e pace” si ricorda della copertina?

Oggi sembra che per vendere un libro la cosa più importante sia la copertina. Che poi una bella copertina possa nascondere una cagata pazzesca (cit.) si mette in conto, o no? Io sono fuori dagli schemi e tutto il processo di marketing che sta dietro una copertina non mi interessa proprio. Se mi piace un autore compro il suo libro. A volte se non lo conosco, mi faccio influenzare dal titolo… magari sfoglio l’indice e guardo i caratteri della stampa, ma di come è vestita una persona o un libro mi interessa poco. Io a volte faccio lezione all’università con gli stessi vestiti con cui governo le stalle. Dico cose diverse a seconda se indosso un vestito sartoriale o una camicia di jeans? No!

Poi sulle locandine dei film… altra storia. Quando vedevo le cosce della Fenech stampate su una locandina degli anni Ottanta, il mio ultimo pensiero era la trama del film. Credo che la Fenech con quelle locandine abbia fatto la fortuna degli oculisti italiani, compreso il mio.

D. Rileggi un libro o rivedi un film che non ti ha convinto? Perché?

Ma neanche morto! Se il libro mi fa pena, lo chiudo dove termina la mia tolleranza e lo uso per sostenere altri libri nella mia biblioteca. Stessa cosa con i film. Per me un film sbagliato non merita neanche due minuti di replica nella mia mente. Ho troppe cose a cui pensare e non ho spazio per l’inutile.

D. Un breve commento su e-book e cartacei.

Comodi i primi. Con i secondi puoi anche accendere il caminetto se non ti sono piaciuti. Sono stato abbastanza conciso?

D. Un breve commento sul noleggio o acquisto di un film.

Senti… io non noleggio film da vent’anni credo. Non ho neanche un videoregistratore o un lettore CD a casa. Ho una vecchia televisione del 1999 che tengo apposta per intercettare la polvere del soggiorno. Nella camera da letto preferisco ascoltare e fare altro che non guardare la TV e quindi figuriamoci se carico un film a noleggio. Però non è stato sempre così. A cavallo tra gli anni ottanta e novanta, ho noleggiato più cassette io di Moana Pozzi e Marina Lotar di quante ne possa noleggiare una sala cinematografica in un anno. Altri tempi. Quelle cassette si nascondevano nella copia di Repubblica che finiva sistematicamente per essere lasciata sul divano una volta a casa.

D. Una breve opinione sulle librerie digitali.

Il mondo si evolve e la gente si impigrisce. Servono tanto a chi non vuole o non può recarsi in libreria e quindi le guardo con favore.

D. Hai altri manoscritti in cantiere?

In cantiere di solito conservo i miei disegni, i miei progetti e le multe che colleziono. Nel mio PC ho un paio di libri che reclamano la mia attenzione e che a volte snobbo colpevolmente. Li finirò prima o poi o magari anche fra due settimane se non o di meglio da fare nel frattempo.

D. Grazie per il tuo tempo e la tua compagnia. Ti auguro di volare sempre più in alto con i tuoi progetti.

Non sono certo che pubblicherai questa intervista, ma il tempo donato non chiede ringraziamenti. Anche tu hai donato il tuo a me e se iniziamo col cerimoniale non finiamo più. Mi sono divertito perché me ne hai dato l’opportunità. Quanto a volare in alto… preferisco un raso terra diretto. A terra si ha una visione parziale delle cose ma l’incredibile privilegio di poter guardare le persone negli occhi.

© –lemienottibianche – Tutti i diritti sono riservati.

Pubblicato da Maria Capasso

Autrice e blogger.

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